E sì, sono al capolinea, anche con Concita
Nel luglio dello scorso anno uscì un mio libretto con un titolo provocatorio
“Al Capolinea” e un sottotitolo che diceva: “controstoria del partito democratico”.
Quel titolo aveva un significato polemico dato che Eugenio Scalfari aveva
scritto su “Repubblica” un articolo in cui affermava che le ragioni per
cui occorreva fare subito il Partito Democratico andavano ricercate nel
fatto che i Ds e la Margherita erano ormai al capolinea.
Insomma, due gruppi dirigenti che dichiaravano fallita la loro impresa politica
si mettevano insieme per farne una, chissà perché e come, vitale. Ho ricordato
questo precedente perché un anno dopo (26-08-2008) lo stesso Scalfari ha
scritto un articolo, “L’opinione pubblica è rimasta senza voce”, in cui
sostanzialmente si dice che il Pd è già al capolinea. Il fondatore di Repubblica
scrive che «oggi l’opinione pubblica è tendenzialmente orientata verso la
versione berlusconista della democrazia, con simpatie leghiste diffuse soprattutto
al Nord». E dubita che esista ancora un’opinione pubblica «di centro e di
sinistra, riformista, progressista, laica», anche perché «la sconfitta elettorale
di un anno fa sembra averla ridotta a uno stato larvale». Questa opinione
pubblica, scrive ancora Scalfari, «avrebbe bisogno di una voce che la rappresenti
e di una forma che la riposti in battaglia». Un anno fa dicevano, non solo
Scalfari, che quella voce e quella forma era stata finalmente trovata in
Veltroni e nel Pd e oggi ci raccontano che non c’è più nulla nemmeno la
speranza. L’anno scorso, nessuno ci spiegò perché i Ds e la Margherita erano
al capolinea e oggi nessuno ci spiega perché il Pd non è in grado di influire
sulla formazione di un’opinione pubblica progressista e riformista e si
ritrova, come i suoi soci fondatori, al capolinea.
In altri momenti e in altre occasioni ho avuto modo di dire che nonostante
il mio radicale dissenso rispetto al progetto del Pd non mi auguro che questo
partito imploda e si sfasci. Oggi non vedo ancora un’alternativa e a perdere
terreno sarebbe tutta la sinistra. Del resto basta guardare quel che c’è
nei resti di quella che veniva chiamata “sinistra radicale” o sinistra alternativa
e Arcobaleno. I socialisti sono solo un seme che non riesce a farsi fiore.
Ecco perché in questa rivista avevamo scritto che il Pd poteva rianimarsi
solo se alle guerriglie sotterranee e personali si sostituiva una dialettica
politico-culturale chiara, limpida fondata su opinioni leggibili. Invece
si continua a demonizzare le correnti e nascono gruppi e gruppetti di potere
che dal Nord al Sud, in Piemonte o in Campania, in Toscana o in Sardegna
coinvolgono sindaci, presidenti di Regione, segretari regionali e provinciali
del Pd in guerriglie incomprensibili perché non hanno una base politica.
L’ultima vicenda che illumina questo quadro è quella del cambio di direzione
all’“Unità” e delle cose che in questa occasione abbiamo letto sul giornale
fondato da Antonio Gramsci. Il richiamo ossessivo al fondatore serve anche
alla guerriglia che attraversa il Pd e “l’Unità”. A questo proposito vorrei
dire qualcosa che può apparire provocatorio. È vero che “l’Unità”, nel 1924,
fu fondata da Gramsci, ma è anche vero che nel 1944 fu rifondata - come
il Pci - da Palmiro Togliatti.
Io non so quanti direttori hanno letto “l’Unità” di Gramsci. Io l’ho fatto,
e in quella clandestina scrissi nel 1942 il mio primo articolo. “L’Unità”
che tutti hanno conosciuto e di cui si parla è invece quella che - come
disse Togliatti - doveva essere “il Corriere della sera” della classe operaia,
così come il giornale di Albertini era stato per la borghesia. Fu Togliatti
a forgiarlo (quando la carta era razionata e c’era un solo foglio si trovò
lo spazio per lo sport e i numeri del lotto) e a costruirlo furono soprattutto
quel gruppo di giovani che a Roma si radunarono attorno a Pietro Ingrao:
Reichlin, Pintor, Pavolini, Maurizio Ferrara; Savioli, Coppola e altri.
E a Milano con altra cultura e stile un folto gruppo di bravi ragazzi che
lavorarono con Davide Lajolo (Ulisse). A Torino con Barca. A Genova con
Adamoli e Tortorella. Se li dovessi ricordare tutti i nomi e tutti i collaboratori
che rifondarono “l’Unità” non basterebbero le pagine di questa rivista.
Ma quel giornale era il giornale del Pci sostenuto dai militanti di quel
grande partito con l’associazione “amici dell’Unità” e le feste e vendeva
milioni di copie.
Faccio queste notazioni perché nella polemica esplosa in questi giorni sull’“Unità”
sembra che si sia passati dal giornale di Gramsci (Togliatti è innominabile)
al giornale, sempre di Gramsci, resuscitato da Colombo e Padellaro. È qui
l’equivoco. Dopo la chiusura “l’Unità” fu rilevata da un gruppo di “imprenditori
democratici” ma sostenuto dal finanziamento di gruppi parlamentari Pds-Ds.
E restò il mistero: era o non era il giornale di quel partito? Mesi addietro
quegli imprenditori volevano vendere la testata e si fecero avanti gli Angelucci
(chi li sponsorizzava nei Ds?) e si manifestò una netta opposizione della
redazione. Non se ne fece nulla e si è fatto avanti l’imprenditore investito
dal Pd di un incarico pubblico, Soru, che ha acquistato tutto. Bene così.
Ora è ancora più chiaro che c’è un padrone ma è ancora meno chiaro il ruolo
del partito. Al quale fa capo anche “Europa” (altra proprietà privata).
Il nuovo direttore dell’“Unità”, Concita De Gregorio, a cui facciamo sinceri
auguri, nel suo articolo programmatico non ha, giustamente, mai nominato
il Pd, anche se Colombo e Travaglio hanno osservato che a sceglierla è stato
Veltroni. Insomma, il giornale fondato da Gramsci, come il Pd, è tra l’essere
e non essere. «L’Unità», ha scritto la De Gregorio, «sarà un normale giornale
di militanza, di battaglia, di opposizione». E dice che «la sinistra, tutta
la sinistra dal centro al lato estremo abbia bisogno di ritrovarsi sulle
cose, di trovare e dare senso a un progetto». E già, trovare e dare senso
a un progetto. Un progetto di tutta la sinistra, «dal centro al lato estremo»?
Era il “progetto” dell’“Unità” di Colombo e Padellaro, ma non del Pd di
Veltroni che ha voluto la De Gregorio. E proprio sul carattere dell’“opposizione
militante”, Colombo e Travaglio onestamente hanno detto che il Pd di Veltroni
è su un’altra sponda. Qual è questa sponda è difficile da definire. Ma anche
questa vicenda ci dice che ha ragione Scalfari.
Sono al capolinea e non sanno come ripartire. Anche con “l’Unità” di Concita.
Em.ma